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di Aprovitola Enzo e C.

LA MIA COLLEZIONE - Le Nostre Collezioni pandora incanta i prezzi

LA MIA COLLEZIONE

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NUMERO DVD TITOLO DVD

NUMERO DVD TITOLO DVD
1 DOUBLE IMPACT- LA VENDETTA FINALE
2 LE STAGIONI DELL'AQUILA - STORIA DELL'ISTITUTO LUCE
3 MASSACRO A SAN FRANCISCO
4 I DUE CUGINI
5 LA PRIMA MISSIONE
6 LA GANG DEGLI SVITATI
7 PROJECT A
8 BAMBOLE E BOTTE
9 CENA A SORPRESA
10 IL VENTAGLIO BIANCO
11 CHI TOCCA IL GIALLO MUORE
12 L'URLO DI CHEN TERRORIZZA ANCHE L'OCCIDENTE
13 L'ULTIMO COMBATTIMENTO DI CHEN
14 IL FURORE DELLA CINA COLPISCE ANCORA
15 THUMBELLINA
16 MEZZO DESTRO MEZZO SINISTRO 2 CALCIATORI SENZA PALLONE
17 IL TALENTO DI MR.RIPLEY
18 MERCY - SENZA PIETA'
19 TOMMY A SPASSO NELLA JUNGLA
20 HAUNTING - PRESENZE
21 RETURN TO ME
22 FBI PROTEZIONE TESTIMONI
23 STIGMATE
24 HACKERS
25 LA VITA E' MERAVIGLIOSA
26 KOMODO
27 COLPEVOLE D'INNOCENZA
28 VIA COL VENTO
29 RUSH HOUR - DUE MINE VACANTI
30 GLI INFILTRATI
31 LA CASA DI CRISTINA
32 MARADONA IL PIU' GRANDE GIOCATORE DEL MONDO
33 AMORE A PRIMA VISTA
34 L'AMICO DEL CUORE
35 SUPERNOVA
36 UNA CASA PER L'ASSASSINO
37 GIOCO D'AMORE
38 DESTINI INCROCIATI
39 BATS
40 28 GIORNI
41 DOUBLE PLATINUM - IL PREZZO DELLA GLORIA
42 INDEPENDENCE DAY
43 SEX
44 I FLINTSTONES IN VIVA ROCK VEGAS
45 IL GRANDE COLPO
46 DINOSAURI - I GRANDI PREDATORI
47 TUTANKHAMON- TRA STORIA E MISTERO
48 SQUALI - LA VERITA' SUI KILLE udkpzsnu. pandora ilmaiseksi ladataR DEI MARI
49 KYASHAN - IL MITO
50 LUPIN III - PRIMA SERIE FILE 1 (EP. 01 - 05)
51 LUPIN III - PRIMA SERIE FILE 2 (EP. 06 - 10)
52 LUPIN III - PRIMA SERIE FILE 3 (EP. 11 - 15)
53 LUPIN III - PRIMA SERIE FILE 4 (EP. 16 - 20)
54 LUPIN III - PRIMA SERIE FILE 5 (EP. 21 - 23)
55 FIGHT CLUB
56 PENE D'AMOR PERDUTE
57 MAGNOLIA
58 BLAST FROM THE PAST
59 MARIA, FIGLIA DI SUO FIGLIO
60 CHRISTUS
61 UNDER SUSPICION
62 TITUS
63 THE MILLION DOLLAR HOTEL
64 SAI CHE C'E' DI NUOVO
65 PLEASANTVILLE
66 LOST IN SPACE
67 ENTRAPMENT
68 LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL'OCEANO
69 THE ASTRONAUT'S WIFE
70 SE SCAPPI, TI SPOSO
71 IL GIORNO DEI TRIFIDI
72 BREAKING OUT
73 ESTOVEST - AMORELIBERTA'
74 LA DEA DEL SUCCESSO
75 INSPECTOR GADGET
76 IL MIO AMICO SCONGELATO
77 DEEP IMPACT
78 VATEL
79 FANTASIA 2000
80 TOY STORY 2
81 THE LEGIONARY - FUGA ALL' INFERNO
82 IL 13
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BOCL N. 45 (ALTRI RAGAZZINI DELLA LETTERATURA)

 

[One of the coolest remixes that anyone’s done of my books has been the speed reader that Trevor Smith put together, which flashes the books one word at a time, at high speed, inside a Java applet. Though the words fly past so fast that they practically flicker, they are still readable — there’s some heretofore unsuspected talent buried in our brains for parsing sentences when rendered as rapid-fire flashcards. ]

Lunedì, gennaio 02, 2006

Spazzatura.bmp

Scrive Paolo Brunetti su carmillaonline di oggi 2 gennaio 2006:  

http://www.carmillaonline.com/archives/2006/01/001622.html#001622

“Prendiamo l’esempio della industria editoriale. Il presupposto della sua esistenza, oltre che del suo sviluppo, è la possibilità di produrre e vendere sempre di più, ma perché ciò sia possibile occorre che solo una minuscola minoranza di coloro che comprano libri e riviste li leggano, perché se leggessero tutto quello che comprano, la velocità di acquisto calerebbe fino a provocare il tracollo del settore. Provate a riflettere sulla lettura dei giornali. Ogni acquirente dedica alla scorsa dei giornali dai dieci ai venti minuti al giorno, a meno che non si tratti di qualcuno che non ha nient’altro da fare. Per mantenere la tiratura i giornali devono non informare, ma creare nel cliente il desiderio di comprare il giornale che ovviamente non avrà tempo di leggere. Per vendere bisogna creare una relazione identitaria con il ‘non lettore’ che comprerà l’idea che il giornale gli ha fornito di se stesso (vedi ‘La Repubblica’) e poiché anche questo non basta più il giornale porta libri, videocassette, cd, dvd ed altri ammennicoli. Ci sono nelle case degli italiani, dei tedeschi, degli inglesi, dei turchi ecc. decine e decine di libri, videofilm e chissà altro che nessuno avrà mai il tempo di leggere o di vedere. Ci sono persone che hanno accumulato qualche centinaio di film, per vedere i quali dovrebbero stare otto ore al giorno davanti al monitor, per più di un mese. In Italia si stampano ogni anno circa 50.000 libri, quasi centocinquanta al giorno comprese le domeniche e le festività. Di questi più della metà non arrivano nemmeno nelle librerie, ma finiscono direttamente al macero per dar vita alla stampa di nuovi libri. Degli altri qualche migliaio hanno effettivamente mercato, in maggioranza vendono qualche centinaio di copie, gli altri restano sugli scaffali da pochi giorni a qualche mese per essere ritirati e ricominciare da capo il ciclo ‘produttivo’.” 

È stato inevitabile pensare a Luca Tassinari di http://letturalenta.net/2005/11/pagare-per-esistere/

(vd post seguente)

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Giovedì, dicembre 01, 2005 

PAGARE PER ESISTERE

Il 28 novembre u.s. Luca Tassinari di www.letturalenta.net  pubblicò l’interessante articolo che ripropongo qui sotto. Bart Di Monaco commentò: “Sarebbe simpatico farlo circolare“. E Luca: “Bart, io ci ho provato a farlo circolare, ma il layout di ‘sto blog è irrimediabilmente rettangolare.”

Così ho deciso di tentare io la cerchiatura del quadrato.

Ecco il pezzo:

“Gli editori lamentano le poche copie vendute; i librai soffrono l’assottigliamento dei margini economici; gli autori rinnovano in mille modi l’antico aforisma: carmina non dant panem; i traduttori denunciano la scarsa visibilità del loro lavoro; i critici criticano la scarsa attenzione alla critica. Nella gran macchina della produzione letteraria tutti si considerano sottostimati, sottovalutati, sottopagati. No, dico, va bene che l’erba del vicino è sempre più verde, che l’uomo è pessimista per natura, che il mondo è crudele, ma allora io – il lettore – cosa dovrei dire?

Insomma, dico, dovrei sempre stare zitto e buono ad ascoltare le lamentele altrui? Eh no, cavolo, per una volta mi lamento io. Voglio gustare anch’io, e fino in fondo, l’universale panica esperienza del piagnisteo letterario.

Io – il lettore – esisto, sì, ma solo in quanto numeretto in coda per acquistare, spendere, consumare, mentre le mie maravigliose e indiscutibili doti creative sono completamente ignorate. All’editore e all’autore interesso solo come fonte potenzialmente inesauribile di vile pecunia. Che legga o non legga per loro è perfettamente indifferente, purché io compri. Lo si vede da quello che fanno: pubblicano decine, centinaia di nuovi titoli ogni mese. Roba che per leggerne un decimo toccherebbe avere due scanner ad alta velocità al posto degli occhi.

Me lasso! Vago confuso per luoghi ormai più simili a gran bazar che a librerie, circondato da pile e pile di libri-fuffa a loro volta circondate da gadgettini e puttanatine d’ogni specie: calendari, magliette, agende, giochi di società: trovare un libro vero là in mezzo è un’impresa disperata. A volte mi avvicino timidamente a un commesso, chiedo informazioni, ma solo per essere guardato in tralice come un povero mentecatto o spedito come una biglia da un reparto all’altro, senza metodo, senza cortesia: La novella del grasso legnaiuolo, dice? Provi un po’ al reparto hobby e tempo libero.

Ahi sorte ria! ahi mondo ingrato! Già, la gratitudine.

L’altro giorno sul domenicale del Sole ho letto un articolo di Stefano Salis che satireggiava sulla moda di mettere i ringraziamenti in coda ai libri: grazie alla mamma per avermi allattato, alla moglie o al marito avermi sopportato, all’editor per avermi editato, all’editore per avermi pubblicato, e via così. Poteva essere un bell’articolino, spiritoso e simpatico, se non fosse stato per un sottotitolo a dir poco offensivo: Da Egger a Baricco infuria l’omaggio a editor, agenti e persino lettori. A parte il fatto che qualcuno dovrebbe spiegarglielo, al titolista, che Dave Eggers si chiama Eggers e non Egger, a parte questo dico, come sarebbe a dire persino lettori? Ma chi sono io? il figlio della serva? Ringraziare gli altri è comico, mentre ringraziare me è scandaloso?

Ecco come mi trattano tutti. Io – il lettore – considerato alla stregua di un paria! Il lettore, dico, ovvero la colonna portante della letteratura mondiale di tutti i tempi. Perché hai voglia tu a scrivere, autorevole autore; hai voglia a pubblicare, pubblicano d’un editore; hai voglia a tradurre, o transeunte traduttore; hai voglia a esporre la tua merce, libresco libraio, ma se io non leggessi andreste tutti a pelare patate! In cambusa! altro che gloria letteraria!

Ma questo sarebbe niente, o lettore che mi leggi (sia pure talvolta – va detto – con deprecabile guizzo velocista), condividendo così la mia infelice sorte per la durata di questo post. Questo sarebbe niente. In fondo alle avversità si fa il callo, come natura vuole, grazie alla formidabile capacità di adattamento alle avversità propria dell’umano genere. Ma come posso tollerare le lamentele altrui sulla scarsa redditività del loro ruolo? Non ci danno una lira, lamentano i traduttori; non ci caviamo manco le spese, ribattono i librai; vendiamo troppo poco, incalzano gli editori; di scrittura non si vive, aggiungono gli autori.

Ma io, santa pazienza, cosa dovrei dire? Cosa dovremmo dire noi lettori di tutto il mondo? Noi, i pilastri della letteratura, dobbiamo addirittura pagare per esistere!” (LUCA TASSINARI)

———————

19 marzo 2007

VANITÀ DI LIBRITÀ. TUTTO È NOVITÀ

“Ogni giorno in Italia vengono pubblicati 170 nuovi titoli, ma il 35% della tiratura è destinato alla carta straccia, come in una gigantesca discarica di parole e pensieri. E in libreria di loro non resta traccia, non importa se belli o brutti, la legge è ormai questa, fare spazio sugli scaffali per le ‘novità’, così i libri di oggi divorano quelli di ieri, e sempre più frequentamente accade che sperduti tra chilometri di romanzi e saggi, tra migliaia di proposte e offerte, non si riesca a trovare quell’unico volume che stavamo cercando… “

“Migliaia di titoli vengono cannibalizzati da altri titoli, basti pensare che dal 1996 al 2005 sono usciti dalla circolazione 373.787 libri, e che ogni anno finiscono fuori catalogo oltre 40 mila volumi. Uscire fuori catalogo vuol dire scomparire, missing, perché per librai grandi e piccoli ormai il deposito è diventato un costo morto, una voce in perenne passivo”(Giuliano Vigini, esperto di editoria)

“La verità è che c’è un’invasione di novità insostenibili, e che spesso non vendono nemmeno una copia. A volte con una battuta dico che gli UNICI A FARE UN PO’ DI SOLDI IN QUESTA INVASIONE DI LIBRI SONO SOLTANTO GLI AUTOTRASPORTATORI. GUADAGNANO INFATTI CONSEGNANDO I LIBRI, E GUADAGNANO DI NUOVO PORTANDO INDIETRO QUEI TITOLI COME RESA…” (Luca Nicolini, libraio e uno degli organizzatori del Festival della Letteratura di Mantova)

(Tutti e tre i passi sono tratti dall’articolo “Alla ricerca dei libri perduti. Quaranta giorni e sono già da buttare“, di Maria Novella De Luca, pubblicato su ‘la Repubblica’ di giovedì 15 marzo scorso)

[Immagine da http://www.sertudine.it/macero.gif  ]

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Sabato, febbraio 11, 2006

 

(Carla Benedetti)

BENEDETTI SCATENATA

CONTRO LA SCRITTURA

COLLETTIVA

Brontola, infatti, su L’Espresso del 9 febbraio 2006:

“Di sicuro Proust non avrebbe mai scritto un romanzo a più mani con altri narratori del tempo. Ma se lo avesse fatto (immaginiamolo alle prese con Gide, Rolland, Dujardin) che ne sarebbe stato di quel suo lento, stupefacente, periodare asmatico? Come minimo gli avrebbero chiesto di scorciare le frasi. La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un livellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d’ogni stagione, compresa l’odierna “dittatura del mercato”. Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel ’29 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all’epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i “Dieci” composero a 20 mani un romanzo d’avventura, Lo Zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con la prefazione di Giulio Mozzi… [cut]… Se all’epoca l’operazione dei Dieci, che pure non nascondeva i propri intenti commerciali (Pirandello la definì una “gaglioffata”), poteva spiazzare qualcuno, oggi operazioni simili (Mozzi ricorda i Wu Ming e i Babette Factory, ma ve ne sono molti altri casi) appaiono del tutto pacifiche, perfettamente in linea con ciò che chiedono lo “spirito” del tempo e le sue macchine. Per l’industria dell’intrattenimento va molto bene se chi scrive è un artigiano della narrazione disposto a spogliarsi della propria diversità espressiva e di pensiero. Meglio voci docili che si lasciano disciplinare dal “collettivo” che non singolarità imprevedibili! Meglio una scrittura sterilizzata che una piena.”

In una vecchia intervista apparsa in www.girodivite.it Wu Ming1 ribatte:

“E ‘sti cazzi? Punto fondamentale del progetto Wu Ming è la progressiva smaterializzazione del culto della personalità dell’artista. Tant’è che wu ming nel dialetto mandarino della lingua cinese significa proprio ‘nessun nome’. Eppure sembra inconcepibile, date quelle che sono le nostre basi culturali, non pensare alla funzione dell’autore come ci è stata insegnata. Anche solo pensando al lavoro di elaborazione mentale che esso svolge. Di scelte di materiali, di stile, di forme, di contenuti etc etc . Il punto è che non è (non dovrebbe concepirsi in quanto) Autore. In quella maiuscola reverenziale (che c’è e pesa anche se non la si scrive e non la si può pronunciare) risiede il problema. E’ la stessa maiuscola che stabilisce d’arbitrio la differenza tra le arti e l’Arte, tra l’artista e l’artigiano. Sostanzialmente, gli autori dovrebbero tirarsela di meno, e capire che non sono affatto esseri fuori del comune, anzi, sono ‘dentro il comune’, nel regno di ciò che è condiviso da una società. Come ha scritto Stewart Home: ‘Si comincia con l’Autore, e si finisce con l’Autorità’. Noi pensiamo che partendo dagli autori (al plurale e senza la maiuscola) si arrivi tutt’al più all’autorevolezza, quel punto in cui esiste sì un ‘valore aggiunto’ (quello di un lavoro fatto bene) ma non c’è alcun tipo di imposizione né di coercizione.”

A chi dare ragione? Mah. La mia impressione è che scrittura individuale e scrittura collettiva possano coesistere tranquillamente come già avviene per le diverse religioni… ehm… Voglio, però, raccontarvi la mia particolare esperienza di scrittura collettiva. Un giorno, quand’ero insegnante, in una prima media assegnai il seguente esercizio: ogni alunno avrebbe dovuto scrivere cinque frasi tutte inizianti con “Io, quando… “, poi le avremmo lette e commentate insieme. Trovai le frasi raccolte così originali e divertenti che qualche tempo dopo, all’insaputa dei ragazzi, ne approfittai per ricavarne un magnifico racconto griffato Lucio Angelini: “IO A ME“.  Il racconto, che forse vi posterò DOMANI, da allora ha sempre portato la mia firma, ma devo confessare che gli spunti migliori mi erano stati forniti da quegli adorabili scavezzacollo.

A proposito di scuole, molti maligni sostengono che anche un noto conduttore di corsi di scrittura attinga a piene mani, per i suoi libri, ai materiali prodotti dai corsisti…

Invece Laura Lepri, un giorno, a Mestre, invitata alla scuola di scrittura creativa dell’Annalisa Bruni, riferì che “Va’ dove ti porta il cuore” era stato scritto, sì, da Susanna Tamaro, ma che a rimaneggiare profondamente il testo aveva provveduto lei (il famoso “editing”). Insomma un caso di scrittura a due:-)

Io, però, in linea di massima, le seghe letterarie preferisco farmele da solo in santa pace nella mia stanzetta, piuttosto che tra i vapori di una sauna affollata di individui “senza nome”, così poi magari un giorno Carla Benedetti potrà disquisire sull’Espresso della mia IMPREVEDIBILE SINGOLARITA’ :-/

————-

[Ecco il racconto “IO A ME”:                                                  

Il primo giorno di scuola la maestra, dolcissima, salutò la classe e propose:

“Adesso, tanto per conoscerci un po’, ognuno di voi scriverà su un foglietto una frase che cominci con ‘Io quando‘…. Poi le leggeremo insieme.”

Katia lesse per prima la propria frase: “‘Io, quando vado in montagna, mi viene sempre voglia di buttarmi da uno strapiombo, ma non ho mai provato'”.

La maestra sorrise: “Non è corretto dire ‘Io mi viene’. Bisogna dire ‘A me, quando vado in montagna, viene sempre voglia di buttarmi da uno strapiombo.’ Che tu non abbia mai provato a farlo, poi, è abbastanza ovvio. Altrimenti non saresti qui. Sentiamo Gianluca, adesso.”

Gianluca si alzò in piedi e lesse: ” ‘Io…’, mi scusi, volevo dire ‘a me‘. ‘A me, quando mi alzo la mattina, bevo sempre un po’ di coca-cola, poi vado a svegliare mia sorella e le mollo un rutto in faccia’”.

“Non ci siamo, Gianluca. ‘Io… bevo‘, non ‘a me… bevo’.

“È così che avevo scritto, infatti. Poi lei mi ha fatto venire un dubbio.”

Chi è che ti ha fatto venire un dubbio?”

“Lei.”

“Brutto impertinente! Come ti permetti di rivolgere un’accusa del genere alla tua insegnante? E tu, Anna, che cosa hai scritto?”

“‘Io’,” lesse Anna, “‘quando mi guardo i denti allo specchio, mi sembra di essere il conte Dracula, perché ho i canini all’infuori come lui’.”

La maestra tamburellò con le dita sulla cattedra: “‘A me, quando mi guardo i denti allo specchio, sembra di essere il conte Dracula’. O anche: ‘Quando mi guardo i denti allo specchio, mi sembra di essere il conte Dracula’. Intesi? Tu, Marco, che cosa hai scritto?”

Marco: “‘A me, quando ero piccolo, ho mangiato una scatola di supposte'”.

‘Io!!!’,” tuonò la maestra. “‘Io ho mangiato… eccetera’. Asinaccio! Sentiamo Sandrino.”

Sandro: “‘Io, quando vado in bicicletta, mi piace che l’aria mi venga tutta sul viso, perché mi sento chissà chi’.”

‘Io… mi piace‘? Ma che cosa avete in quelle orrende testacce? Segatura? No, no, no. Non ci siamo. Proprio non ci siamo. Si dice ‘A me, quando vado in bicicletta, piace… eccetera’. E tu, Carlo?”

Carlo: “‘A me, quando cado da un albero, non mi faccio male, perché so cadere nel modo giusto’.”

‘A me non mi faccio male’? Ti pare che suoni bene? Sei proprio una zucca di legno! ‘Io! Io non mi faccio male!‘. Adesso aprite bene le orecchie: al prossimo che sbaglia sarò io!… che FARO’ MOLTO MALE. Siete avvertiti.”

Toccava ad Emanuela: “‘Io… a me… io… a me… io, quando mi dicono di apparecchiare la tavola, metto sempre i pattini a rotelle: è la mia specialità’.”

“L’hai scampata bella! Sentiamo Paolo.”

“‘Io, quando piango, piango all’asciutto, cioè senza lacrime’.”

“Ne sei sicuro, Paolo?”

“Be’, a dire il vero… ”

“Su, pensaci bene.”

“Forse suona meglio così: ‘A me, quando piango, piango all’asciutto’.”

“Ci hai pensato a sufficienza, Paolo?”

“Mi ci lasci riflettere ancora un attimo: ‘Io… a me’, anzi… no, no. ‘A me, quando piango’… sì. Così. ‘A me, quando piango, piango all’asciutto’.”

“Lo vedremo!”, urlò la maestra. Con uno scatto felino balzò giù dalla cattedra, si avventò sul piccolo colpevole di lesa grammatica e gli torse a lungo, con voluttà, l’orecchio destro.

A Paolo, dal dolore, veniva da piangere, ma si contenne. O meglio, pianse sì, ma all’asciutto, cioè senza lacrime.] 

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Giovedì, gennaio 11, 2007

UNA POESIA GRIFFATA IANNOZZI

 

(Il tipico sguardo libidinoso di Giuseppe Iannozzi)

Mi ha divertito leggere nei commenti al post  “GLI AUTORI MONDO“, di Christian Raimo, su NAZIONE INDIANA l’8 gennaio u.s.,

http://www.nazioneindiana.com/2007/01/08/gli-autori-mondo/

dapprima il contributo di tale J. Galaxy:

“Iannotz: se la letteratura italiana l’è morta tu che ci stai a fa’, sempre ad abbaiarci intorno? Fai forse il becchino? Tutto ‘sto tempo da perdere ci hai… Non è meglio se fai allora qualcos’altro. Tipo aggiornare il tuo sito? (cioè: grazie. Se mi devo andare a leggere le poesie sulla befana di Iannozzi sul suo sito allora sì, nemmeno la letteratura, ma l’esperienza di scrivere è cadavere…)
Siccome oggi sono stronzo, riporto a pubblico ludibrio. Ecco Iannozzi, l’annichilatore di Trevi, Scarpa e Foster Wallace. Oh yeah…

La prima volta che ti ho incontrata
l’ho capito dal tuo sguardo
che eri una strega: tacchi alti
e occhi neri e nudi, lucenti sì
ma d’una luce nera presa dall’inferno

La prima volta che ti ho regalato una rosa
non hai battuto ciglio, l’hai presa in mano
poi m’hai guardato strano; in quel momento
ho capito ch’ero fregato per sempre e di più

La prima volta che ho tentato di baciarti
mi hai fatto volare lontano dal tuo seno
con uno schiaffo: cinque petali di fuoco
riposano ancora sulla mia guancia
Però le mie labbra ardenti non hanno perso
né il vizio né il desiderio d’incontrare
almeno per una volta sola la tua lingua

poi il contributo di tale Iannozzo Giuseppi, che copio-incollo, sperando che il quasi omonimo Giuseppe Iannozzi non ne abbia a male:-)

La poesia di Giuseppe Iannozzi qui riportata non è tra le più rappresentative della sua torrenziale produzione versificatoria. Ripesco e propongo quest’altra, del 2004:

DERRIDA

Se sei brutto ti tirano le pietre
e ogni tua riga è tutto il diario di Anna Frank,
bastardi!
Guardali, la loro vita
è solo incisione di pustole
per vedere sprigionarsi la sofferenza
è solo baccano e baccanale
sarcofagia fottuta,
essi sono i nuovi FASCISTI
e mi costringono ad urlare.
Sì, mi piace la figa,
ma questo non c’entra, adesso,
perché sto lottando per vivere
perché sto piantando le unghie nel muro
che arrampico indarno.
Eziandìo, sono vivo! Sono vivo! Sono vivo!
Non sono morto.
Il mio grido è fine del mondo
per questo mi cucio le labbra
perché per quanto schifoso
questo mondo è anche te,
zuzzurellina.
E io amo e ti amo e li odio,
e io rido e ti sorrido e li derido,
loro e i loro filosofi, le loro canzoni:
“Derrida, Derrida, Derrida,
tu falla ridere perché
Derrida, Derrida, Derrida,
ha pianto troppo insieme a me.”
E io piango e mi pungo e li compiango,
e io singhiozzo, Iannozzo,
singhiozzo
perché scivola via quel che facemmo
il 6 marzo 1988
sotto quel sole violento
al parco di Villa Pamphili
in una Roma fino allora solo immaginata.
Pestai una merda, quel giorno,
ma non m’importava,
le svastiche ancora non c’erano,
benché non fossero che dietro l’angolo.
Lo psichiatra gentile evitava di guardarmi,
gli infermieri si davano di gomito
quando, nei corridoi,
fornivo loro sorrisi tristi
di thorazina mai ingollata.
Quando cambiarono direttore
e nominarono Gianni Marucci
lui fece una piccola rivoluzione.
I nuovi dottori mi consigliarono
di aprire un blog dopo l’altro.
Non sarei guarito,
non sarebbero scomparse le svastiche,
ma mi sarei tenuto occupato.
Accadeva non troppo tempo fa
e ho tenuto fede all’impegno.
A volte ti sogno, bricconcina,
sogno di quando me la davi,
o almeno la promettevi,
o comunque alludevi.
Io oggi rido, grido, strido,
non più mi suicido
e sono Potenza pura ed eterna
Sposami, sarai regina
del mondo.
Sposami, mignotta!” 

Immagine da http://newshakespeare.altervista.org/_altervista_ht/iannox_by_Chatterly.jpg

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Giovedì, maggio 10, 2007

 

UN MORSO DI SERPENTE SUL PREPUZIO

Sono gli stessi Wu Ming, nell’ultimo numero di Giap

http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap11_VIIIa.htm

a segnalare il divertente articolo:

http://noantri.splinder.com/post/12081312,

da cui:

“… la cosa veramente figa dell’essere Wu Ming oggi è che se scrivi un libro che si preannuncia monumentale come “Manituana” (e che io, coglione che sono, non leggerò mai, perché l’argomento mi appassiona come un morso di serpente sul prepuzio) te lo recensisce sull’Espresso niente meno che Roberto Saviano.

Il che è il non plus ultra del gggiovanissimo e del frizzante, parliamoci chiaro, Saviano che recensisce i Wu Ming è come sesso sfrenato tra quindicenni: già sei Wu Ming e ci manca poco che Elisabetta Canalis si metta in coda per spompinarti aggratis, in più scrivi un libro, dopo diversi anni dall’ultimo, che si preannuncia un capolavoro, un libro che c’ha tutto un sottotesto che continua su Internet (ora c’è questa grandissima moda che uno scrive un libro che però c’ha tutto un sottotesto che continua su Internet e tu ti puoi collegare a un sito Web che ha il nome del libro e dove ci trovi delle cose fichissime, fantasiosissime, tipo delle musiche, la colonna sonora, il trailer, il TRAILER del libro!, dei bonus track nascosti, oppure il making of dell’opera con foto, sofferenza dell’autore e testi, al punto che il libro non è più soltanto un libro, l’opera letteraria non è più soltanto un’opera letteraria, ma è qualcosa di oltre, una sorta di installazione artistica che fonde diverse aree dello scibile e del creabile, così che tu, miserrimo lettore, quando hai finito di leggere il libro in questione, in realtà, non è che l’hai finito proprio di leggere) e, insomma, fatemi tornare a bomba, dicevo che già sei Wu Ming, già sei fico a tal punto, in più succede che scrivi “Manituana” e, ka-boom!, te lo recensisce il più famoso e bravo scrittore italiano emergente, Roberto Saviano quello-della-prima-puntata-di-Biagi, e dove?, sull’Espresso, l’Espresso, cazzo!, che è di sicuro il miglior settimanale d’inchiesta e approfondimento che ci abbiamo in Italia. Wow, che gran figata!… (eccetera)”

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Giovedì, novembre 08, 2007 

IL MONTANARO, OÉ, COMINCIA A CANTARE

(Tiziano Scarpa e Giovanni Montanaro al teatro Fondamenta Nove)

Titolava ieri il Gazzettino di Venezia: “NARRATORI NORDEST, la carica dei ventenni“. E nel sottotitolo: “Arrivano insieme in libreria ‘Lontano da ogni cosa‘ del rodigino Mattia Signorini (27) e ‘La croce Honninfjord’ del veneziano Giovanni Montanaro (24).

Di Mattia Signorini scriverò un altro giorno [frequentava It.cultura.libri negli anni d’oro e sono certo che si ricorda di me, n.d.r.]. Di Giovanni Montanaro, invece, non sapevo nulla, ma dall’articolo del Gazzettino ho appreso che è stato uno dei finalisti dell’ultimo Premio Calvino, un po’ come anche il nostro bravissimo vibrisselibraio Gianfranco Recchia, con la differenza che a Giovanni ha subito telefonato Jacopo De Michelis (curatore della nuova collana Marsilio X), mentre il povero Gianfranco è ancora lì che attende fiducioso qualche prospettiva concreta per il suo “Signori briganti”. [Della serie ‘Non tutti ce l’hanno’ (il culo, n.d.r.:- )].

Devo confessare, infatti – e qui apro una digressione – che sulle prime mi fa sempre un po’ incazzare leggere che un giovane autore abbia ottenuto, già al primo tentativo, e senza soffrire nemmeno un po’, l’attenzione di un editore importante, mentre altri, magari non meno bravi, debbano penare un’intera vita… però mi placo immediatamente se vedo che il fortunato di turno è anche talentuoso. Hans Christian Andersen ha scritto un romanzo esemplare (‘Il violinista’, n.d.r.) sull’importanza dell’abbinata ‘Fortuna & Talento’. Il talento da solo non basta. Ci vogliono anche le Circostanze Favorevoli…

Torniamo a bomba. Sergio Frigo, nel Gazzettino, ha scritto: “Nel caso di Giovanni Montanaro è prematuro dire che è nato uno scrittore. Possiamo invece dire, senza tema di smentite, che per il momento è nato un avvocato: il 24enne veneziano si è infatti appena laureato in legge a Padova col massimo dei voti. E ha intenzione di provare a fare il legale o il magistrato, più che il letterato. Intanto, però, si gode il successo del suo primo romanzo, ‘La croce Honninfjord’, appena pubblicato da Marsilio (€ 16.50) e già salutato da molte recensioni positive e soprattutto dall’entusiasmo degli amici, che si sono prestati a organizzare insieme a lui lo spettacolo-presentazione di stasera alle 19 al Teatro Fondamenta Nove”.

E alle Fondamenta Nove mi sono appunto recato ieri sera per assistere all’evento sintetizzato in questo comunicato: “Due attori e due musicisti si alternano sulla scena per dare vita alle quattro storie che si intrecciano nella narrazione, in un crescendo di emozioni e colpi di scena, echi musicali e salti cronologici lunghi un millennio. Una mezz’ora di suggestione per affascinarsi a una storia che è fatta di tante storie. Alberto Cucca sarà Bjorn Korning, il protagonista principale. Al suo fianco, Savino Liuzzi impersonerà altri personaggi del libro: il monaco benedettino Nicolas, il musicista Honninfjord-Dervinskij, Nani Fenier. Il violino di Stefano Bruni, la musica di Lorenzo Mason e il misterioso Requiem di Honninfjord-Dervinskij li accompagneranno e intermezzeranno, sottolineandone le parole. A seguire, Tiziano Scarpa presenterà l’autore”.

Mi aspettavo, a dire il vero, uno spettacolino di livello amatorial-parrocchiale, ma ho dovuto ricredermi completamente, di fronte all’assoluta bravura e disinvoltura di tutti. Tiziano Scarpa, poi, nell’incontro con Montanaro che ha costituito la seconda parte dell’evento, è stato addirittura magnifico. A proposito della prima frase pronunciata da Alberto Cucca-Bjorn Korning (“Sono il figlio di un nazista e di una partigiana…”) ha osservato che a volte sono proprio le condizioni più problematiche a far nascere gli esiti più interessanti. Spesso “ci siamo” anche perché le cose non sono andate del tutto bene… Si è poi complimentato con Giovanni per l’invenzione narrativa dell’archivio [quello che nella cittadina norvegese di Ingenting contiene tutta la musica del mondo, n.d.r.]. L’archivio allude alla memoria e alla sua capacità di ritornare sotto forma di accadimento, di far essere il presente. Da un lato la musica già scritta è lì, apparentemente inerte, dall’altro, ogni volta che venga eseguita, fa continuamente succedere cose grandi e nuove. Lo spartito musicale metaforizza il passato che fa cambiare il presente.

Tiziano ha poi chiesto a Giovanni se la polifonia [nell’opera, ricca di salti temporali, il monaco benedettino Hoisbald di Askert, nell’883, sfidando l’ortodossia della Chiesa, dà avvio alla rivoluzione della musica polifonica, destinata a trasformare in profondità il canto gregoriano, n.d.r.] fosse già un suo preciso interesse prima di scrivere il romanzo.

Giovanni ha risposto di no: anzi, proprio a causa del suo pessimo orecchio e della sua crassa ignoranza in campo musicale si è dovuto documentare appositamente, tuttavia divertito dal fatto che lo scrivere lo conducesse a esplorare ambiti lontanissimi dalla sua sfera di esperienze e curiosità. E anche la polifonia, ha ribattuto Scarpa, nel romanzo ha valenza metaforica: allude a un mondo fatto di tante voci diverse, che solo insieme possono produrre barbagli o approssimazioni di verità.

Scarpa ha poi osservato che se, da un lato, Montanaro è indiscutibilmente un “giovane autore”, dall’altro è ora di finirla di associare a tale definizione connotazioni quali “inesperto, di serie B, o ancora incapace di padroneggiare la materia narrativa”. Scrittori a pieno titolo si può essere indipendentemente dall’età, già bravissimi a vent’anni come in altri casi solo a quaranta o sessanta. A differenza di Sergio Frigo, Scarpa non trova affatto prematuro dire che “è nato uno scrittore”. Anzi, ne è convintissimo. “E il libro di Montanaro, peraltro, – ha rimarcato – non è affatto un libro giovanilista, né per tematiche, né per stile”.

Montanaro ha fatto presente che da veneziano innamorato della propria città non ha resistito alla tentazione di utilizzare l’ingrediente Venezia nell’opera d’esordio, ma anche in questo, secondo Scarpa, è stato originale: l’ha fatta raccontare da un norvegese, attraverso i cui occhi straniati e stranianti ha saputo rinnovare lo sguardo su quelle pietre che sono ormai quasi più consunte dalle infinite descrizioni accumulatesi su di esse che dall’usura del tempo:-)

Per quanto mi riguarda: non ho ancora letto il romanzo, ma, a giudicare dall’incontro tenutosi alle Fondamenta Nove, il suo autore mi è sembrato un personaggio di notevole levatura, da tenere senz’altro d’occhio.  E il Montanaro, oé, ha solo iniziato a cantare…  (1)

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(1) Il suo romanzo “Tutti i colori del mondo”, uscito per Feltrinelli, ha già ottenuto il Premio Selezione Campiello 2012

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Lunedì, febbraio 25, 2008 

LA SECONDA VITA DI GIUSEPPE D’EMILIO

(Giuseppe d’Emilio, il primo a sinistra, con Valerio Evangelisti e Lucio  Angelini a Fano l’estate scorsa) 

Premessa. Per chi non sappia cos’è SECOND LIFE, cutto & pasto la spiegazione da www.secondlife-italia.it:

«Second Life è un mondo virtuale 3D costruito e posseduto dai propri abitanti. Una Seconda Vita ricreata nei minimi particolari, da quelli più prettamente fisici, come case, edifici e paesaggi ad aspetti più complessi come la struttura sociale, le regole economiche e via dicendo. Ci affacceremo a questo nuovo mondo attraverso un Avatar, una riproduzione digitale della nostra persona, il quale sarà il primo mezzo di comunicazione con gli altri abitanti di SL. L’Avatar è totalmente modificabile dandoci quindi la possibilità di ricrearci con l’aspetto che più ci aggrada. Come nel mondo reale vi è una valuta, una moneta i Linden Dollars (L$), che può essere sfruttata all’interno del gioco per acquisti e investimenti oppure essere riconvertita in Dollari reali creando di fatto una vera e propria economia. Ormai la struttura di questo mondo è consolidata da anni e questo ha portato a ricreare delle dinamiche economiche e sociali del tutto simili alla realtà e che rendono SL ancor di più interessante e che lo differenziano da tutti gli altri “giochi” virtuali rendendo di fatto un “simulatore di vita“…  [cut]… In ogni caso è molto facile iniziare una seconda vita su Second Life, dove ognuno potrà costruire i propri oggetti per poi metterli in vendita, comprare lotti di terra dove costruire la sua casa o il suo negozio oppure, come già detto, provare a creare una nuova e fruttuosa attività o molto più semplicemente stringere amicizie con persone provenienti da tutto il mondo (Eccetera)

Premesso ciò, cutto & pasto adesso un delizioso micro-racconto  di Giuseppe D’Emilio pubblicato qualche giorno fa da Barbara Garlaschelli nel suo blog. Questo:

“SECONDA VITA”, di Giuseppe D’Emilio  

 

Quando?

Questo è il problema.

Tra siti, blog, email, già passo ore al PC… e poi c’è il dettaglio del lavoro vero, quello che mi permette di pagare l’ADSL…

Non fa per me Second Life; già il nome “seconda vita”… roba da sfigati. 

                                                                               Domenica, ore 6.15 

Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Mi godo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.

Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.

Con un ghigno di snobistica sufficienza, installo Second Life e mi scelgo un nick, come dicono gli uomini di mondo. È il mio vero nome: il gioco delle identità fittizie non fa per me…

Mi “parla” una figa mozzafiato (mi piace il concetto di “mozzafiato”, mi ricorda Beatrice che va dicendo all’anima: “sospira”). Sarà un software che accoglie i novellini? Faccio domande manco fossi un cacciatore di androidi. Due tette svettanti e un mandolino rispondono a tono: è un umano. Ma non sarà mica il rag. Rossi?

Già odio le chat con sconosciuti, dove sai bene che “maialinadiciottenne” in realtà è una laida vecchiaccia, ma in Second Life la presenza di un corpo ti spiazza…Non fa per me… fuori da questo secondo mondo, già fa schifo il primo!

Addio, SL

                                                 Un mese dopo, domenica, ore 6.15 

Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Migodo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.

Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.

Ed è con un sospiro di snobistica sufficienza che rientro in Second Life.

In Paradiso.

Da Beatrice.

Per sempre.

(Da http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/16019670 )

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Mercoledì, marzo 26, 2008 

“LONTANO DA OGNI COSA”, di MATTIA SIGNORINI (1)

 

(Mattia Signorini) 

Il 5 marzo 2002 alle 23.03 aprii in it.cultura.libri un thread intitolato “IL DEBUTTO DI MATTIA SIGNORINI”. Chi vuole, può controllare qui:

Il debutto di Mattia Signorini

Il post terminava con le parole “In bocca al lupo, Mattia. Sei partito benissimo. Sento che andrai lontano“. Non intendevo “lontano da ogni cosa“, a dire il vero… Comunque, visto che ormai Mattia è approdato alla SALANI, penso di potermi permettere di prenderlo un po’ in giro raccontando a modo mio le tre parti del suo libro:-)

PARTE PRIMA (1)

All’inizio del romanzo siamo a Padova e l’energia che Alberto Lari, il compagno d’università e di appartamento dell’io narrante Stefano Bersani, “sprigiona nell’aria” è tale che “se ne accorgevano le signore che ci passavano accanto e i professionisti con le ventiquattore e gli studenti che ci incrociavano nel giro di qualche metro”, tutti inesorabilmente colpiti dalla sua “presenza scenica”. Alberto Lari  ha, inoltre, “occhi elettrici e spiritati” che a pag. 15 bloccano e schiacciano una commessa di libreria, e a pag. 17 “mandano in proiezione veloce segnali chiari dal cervello”. Anche durante la lezione di marketing lo sguardo di Alberto Lari è “pieno di energia”, mentre la profe, da par suo, cerca di spingere in avanti “l’energia barcollante”. Apprendiamo presto, tuttavia, che Alberto è soggetto a “variazioni d’umore e istintive e del tutto irrazionali passioni” (p.25), e tende a cadere preda di “un’insoddisfazione elettrica” che evidentemente non giova alla conservazione delle suddette risorse energetiche. A un certo punto, infatti, il suo amico Stefano è costretto a chiedersi dove sia nascosta “questa sua energia”, o peggio, a pag.  40, addirittura a dichiarare che “l’energia che aveva in ogni situazione e lo rendeva così magnetico e irresistibile” è ormai “quasi assente”.

 

Flash Back. Tempi del Liceo. Alberto Lari ha idee molto precise su Leopardi e non si perita di manifestarle a un’imbarazzata insegnante di letteratura: “Se Silvia gliela dava non avrebbe scritto quelle cose, allora meglio vivere e restare senza scrivere una sola parola”. 

Attualmente Alberto Lari fotografa alberi con una Pentax, sviluppa i negativi in bagno e ne trae spunto per quadri che però si guarda bene dal completare. Sostiene di non credere negli artisti, ma se appena appena Stefano si permette di criticare le sue opere incompiute subito obietta: “Senti caro mio, chi è dei due l’artista?” (p.33). Un bel giorno, miracolosamente, un quadro viene portato pressoché a termine. Dopo aver commentato: “Questo albero sembra una persona”, Stefano si mette allora alla ricerca di un gallerista che possa valorizzare il talento del suo amico. Gira a lungo e sta quasi ormai per rinunciare all’impresa quando si imbatte in Giovanni Lando, che “aveva QUESTO suo modo di camminare non stabile…” e secondo il quale l’arte non è una definizione, ma una sensazione (p. 51). Il Lando si dichiara interessato alla pittura del Lari e a quel punto, per festeggiare, Chiara Valentini, Stefano Bersani e Alberto Lari si arrotolano una canna sul letto e fanno l’amore a tre su sottofondo musicale di Morissey. A guastare la festa, purtroppo, interviene una triste novità: il nonno di Stefano viene portato all’ospedale (“L’ospedale era QUESTA struttura a somma di parallelepipedi…”, p. 63). La nonna ripete meccanica “Perché proprio a lui?” e a completare il tutto Stefano sente che Alberto Lari è “distante come sta diventando distante tutto il resto delle cose” (p.67). A pag. 69 il nonno di Stefano tira le cuoia e allora Stefano torna in famiglia per i funerali. Una volta lì agguanta una videocamera e riprende scene dalla mesta cerimonia, alle quali nei giorni seguenti aggiunge immagini di “stralci di alberi” catturate in strade di campagna. Il materiale girato viene riversato in una videocassetta intitolata “Natale ’98” e per il momento accantonato lì. Il 31 dicembre Stefano lascia la cupa atmosfera domestica e si porta di nuovo alla stazione. Al bigliettaio che gli chiede dove voglia andare risponde: “A casa” (p.75). Non sa che Chiara e Alberto, nel frattempo, se la sono svignata ad Amsterdam e al povero Stefano non resta che trascorrere la notte di capodanno a casa di Mario Granata, un tizio con cui un tempo aveva seguito un esame di estetica. Anche Mario Granata denota un “entusiasmo elettrico”, ma “diverso e di intensità molto inferiore a quello che aveva Alberto Lari quando era convinto di dover fare una cosa”. Alla fine Stefano si stende sul futon di Mario e si concede una nuova canna, pensando che “se manca un amore allora manca tutto”. La sua elucubrazione è casualmente interrotta dall’ingresso in scena, anzi nella stanza, di Marta Ferro, “ragazza strapiena di visioni positive e non problematiche sul mondo” (p. 84) e Stefano ne approfitta per farci all’amore. Qualche giorno dopo Alberto rientra dall’Olanda, ma è “disattento e lontano” [“da ogni cosa?”, si domanda il lettore]. A detta di Chiara Valentini “ha QUESTO modo odioso di allontanare tutti e di farli sentire completamente sostituibili” (p. 88). Il gallerista Giovanni Lando non ha perso fiducia nel ragazzo e un bel giorno gli annuncia che lo metterà in esposizione alla Fiera dell’Arte, costituita da tre capannoni giganteschi. Alberto, ringalluzzito, si mette a dipingere quadri “sempre più pieni di elettricità”. L’ultimo giorno della Fiera l’importante Giovanni Ruggero Ljegerbach compra tutti e tre i quadri di Alberto e gliene commissiona almeno un’altra decina. Le cose, insomma, paiono volgere al meglio, ma i travagli dell’arte impediscono ad Alberto di essere completamente felice. I suoi  nuovi alberi sono  “esseri vivi in grado di trasformarti, di farti del male” (p.104). Stefano, comunque, ha la vaga sensazione che “l’energia di quei primi lavori così dispersivi e del tutto incompleti rispetto a questi stesse via via sbiadendo” (p.104). Anche il talento di Chiara Valentini riceve un incoraggiamento: dovrà posare per dei cartelloni pubblicitari a Roma e al povero Stefano non resta che osservare: “Tutti che fanno grandi cose eh?”. Forse rosica un po’ per il successo dei suoi amici e nemmeno lui riesce “ad essere completamente felice per Alberto Lari”, anche se il suo “grado di felicità è

Casa di campagna

venerdì 23 gennaio 2015

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(Carla Benedetti)

BENEDETTI SCATENATA

CONTRO LA SCRITTURA

COLLETTIVA

Brontola, infatti, su L’Espresso del 9 febbraio 2006:

“Di sicuro Proust non avrebbe mai scritto un romanzo a più mani con altri narratori del tempo. Ma se lo avesse fatto (immaginiamolo alle prese con Gide, Rolland, Dujardin) che ne sarebbe stato di quel suo lento, stupefacente, periodare asmatico? Come minimo gli avrebbero chiesto di scorciare le frasi. La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un livellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d’ogni stagione, compresa l’odierna “dittatura del mercato”. Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel ’29 da Marinetti, Bontempelli, Varalяx8x8i e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i “Dieci” composero a 20 mani un romanzo d’avventura, Lo Zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con la prefazione di Giulio Mozzi… [cut]… Se all’epoca l’operazione dei Dieci, che pure non nascondeva i propri intenti commerciali (Pirandello la definì una “gaglioffata”), poteva spia